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martedì 10 dicembre 2019
 
 

 
 

video critica del prof.G.Raffaelli

 
 
 
 
 
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In Stefano Sabo ogni segno vive, libero e dominante, una propria storia. La sua non è una rappresentazione ma un’estetica del frammento. Per lui è essenziale decifrare il senso profondo dell’inconscio nei labirinti della mente. Un linguaggio simbolico che pone interrogativi e continue domande. Un mondo che coglie dal vissuto il lievito del pensiero. Pensiero che trova forma nella traccia che lascia aperta una fabulazione in bilico tra astrazione e figurazione. Una circolarità fenomenologica, un rimando senza fine. Architetture della mente che si aprono sull’indefinito. Viaggi in mondi misteriosi dove il tratto assume forma cromatica dotata di una propria esistenza e si espande sulla superficie del dipinto seguendo una sua logica interna. Visioni che subiscono una sorta di metamorfosi nel momento in cui vengono immagazzinate dalla memoria. Impronte per inseguire l’infinito. Colori riportati alla luce nel momento in cui si manifestano animati da una forza istintiva. Colori che si imbevono del pensiero, assumendo con il procedere delle campiture una fisionomia sempre più netta ed accolgono, nel cromatismo della struttura compositiva, gli elementi di contorno trasferendo all’apparizione il misterioso impulso verso la soglia metafisica. Il dipinto si rapporta con lo spazio in una serie di sovrapposizioni che alludono a molteplici piani ed il fruitore si perde rapito dall’esplosione del vuoto e dalla magia del graffito. Il graffito percorre lo spazio della prossimità all’opera facendo di questa distanza lo scavo del pensiero. A volte ci indica il puro divenire ma dell’inizio della solitudine che avvolge l’artista non resta traccia. Un principio che non termina, si ripete, ricomincia, ritorna ed ancora inizia. Legame fenomenico spinto al limite della conoscenza nel continuum temporale. Rilievi ideogrammatici in cui la pittura rivela una sua identità e si esprime in calibrata varietà tonale. Una libera proliferazione quasi organica che fa germinare l’intera composizione. Una realtà in divenire. Un’arte che si sviluppa seguendo le impennate di un sismografo emozionale che risponde esclusivamente alle pulsioni interiori. Un mondo dove la geometria del caos si identifica in un ordine prestabilito e diviene armonia.

Prof.Giuseppe Raffaelli                                                                                                                            ottobre 2011

 

Stefano Sabo interpreta la superficie dipinta come una parete su cui imprime una sorta di griglia, alla quale si rapporta poi lo spazio totale dell’opera. Il segno è leggero e percorre la pagina con un accenno labirintico, dove la materia pittorica (lo smalto o l’acquerello) varia di intensità cromatica e di densità di segno in una serie di sovrapposizioni, che alludono a una profondità scandita da molteplici piani. L’efficacia del costrutto è più incisiva laddove il colore, disteso in una consistenza fluida, accarezza il foglio, stendendosi in corsie che catturano il bianco di fondo facendolo entrare di peso nell’economia generale della composizione. Quando Stefano Sabo ricorre allo smalto, il segno tende a farsi più marcato, quasi un tratto dinamico di attraversamento dello spazio, realizzato con una pennellata che guida e domina tutti gli altri fraseggi e tracce incise. L’autore dà l’idea di avere in mente gli schemi dei microprocessori, quei circuiti che distribuiscono gli impulsi agli strumenti elettronici e telematici; ne stilizza i percorsi facendo loro assumere a tratti qualche allusione vagamente figurale. Talora i colori, distesi su un fondo prodotto da lievi velature, si espongono alla luce con un dato costitutivo di trasparenza che rimanda a un “oltre”. Determinate opere presentano rilievi ideogrammatici che vengono proposti a uno stadio precedente a quello definitivo, come se stessero per materializzarsi in immagini riconoscibili. E la pittura vive come su una scrittura automatica, che si afferma sulla carta o sulla superficie pittorica in grande evidenza, avendo ogni volta una ragione propria per ridursi al monocromo oppure per ampliare la gamma di colori a una gran varietà di toni.

                                                     

Enzo Santese                                                                                                                                  aprile 2010

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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